Petrolio in calo sulle speranze di pace, ma i rischi sull’offerta persistono
Punti chiave
- Il petrolio crolla sulle speranze di pace: il Brent registra la flessione settimanale più marcata da aprile 2020, mentre l’esito delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti alimenta le aspettative di una soluzione negoziata del conflitto con l’Iran.
- I rischi geopolitici restano elevati: la pressione politica per porre fine al conflitto è aumentata, ma in assenza di un accordo di pace i prezzi restano esposti a nuovi episodi di volatilità.
- Il recupero del greggio supera quello dei carburanti: le esportazioni di greggio dal Medio Oriente sono tornate ai livelli precedenti al conflitto, mentre i flussi di prodotti raffinati restano fermi al 37% dei livelli normali.
- La tensione sui distillati persiste mentre il Brent testa i supporti: i margini di raffinazione di diesel e gasolio restano elevati nonostante i recenti cali, mentre il Brent trova supporto tecnico in prossimità della media mobile a 200 giorni, a 93,4 USD.
Il netto calo dei prezzi del greggio dopo le elezioni di medio termine negli Stati Uniti offre una tregua dopo mesi di costi energetici elevati. Tuttavia, in assenza di un accordo di pace, il mercato resta esposto a forti rischi geopolitici, mentre alla ripresa delle esportazioni di greggio dal Medio Oriente non corrisponde ancora un analogo recupero dell’offerta di prodotti raffinati.
I prezzi del greggio sono scesi bruscamente questa settimana, avviandosi verso la flessione settimanale più marcata dalla turbolenza di mercato dell’aprile 2020, quando il WTI scese brevemente sotto lo zero. Il Brent è passato da oltre 117 USD al barile a meno di 95 USD, prima di trovare supporto in prossimità della media mobile a 200 giorni. Il calo dell’8% registrato mercoledì è arrivato dopo le elezioni di medio termine negli Stati Uniti, in cui la vittoria dei Democratici in entrambe le camere del Congresso ha rafforzato le aspettative che il presidente Trump possa cercare una soluzione negoziata al prolungato conflitto con l’Iran.
La flessione riflette una significativa rivalutazione del rischio geopolitico, anche se parte del calo del Brent è riconducibile al passaggio dal più costoso contratto di dicembre a quello di gennaio, più economico. La tendenza di fondo resta tuttavia chiara: i trader stanno attribuendo una probabilità crescente a una svolta diplomatica che potrebbe favorire la normalizzazione dei flussi energetici dal Medio Oriente.
La pressione politica alimenta speranze, ma un accordo resta lontano
L’esito elettorale ha rafforzato le aspettative che Washington possa cercare di porre fine al conflitto. Il presidente Trump ha riconosciuto che le sconfitte repubblicane sono state in parte legate alla guerra e al conseguente aumento dei prezzi dei carburanti, segnalando al contempo l’assenza di un’immediata escalation militare. Con il costo dell’energia che ha avuto un ruolo importante nel voto, prezzi più bassi offrirebbero un sollievo atteso a consumatori e imprese, negli Stati Uniti e nel resto del mondo.
Tuttavia, le conseguenze politiche del voto potrebbero anche complicare i negoziati. Se da un lato Trump potrebbe avere un incentivo maggiore a raggiungere un accordo, dall’altro l’Iran potrebbe interpretare il suo indebolimento politico interno come un’opportunità per chiedere condizioni più favorevoli. Nel frattempo, un Congresso controllato dai Democratici potrebbe aumentare la pressione politica sul conflitto, senza necessariamente rendere più semplice il raggiungimento di un’intesa.
Per ora, il mercato sembra scontare soprattutto le aspettative di una svolta, più che segnali concreti di un accordo imminente. Le posizioni di Washington e Teheran potrebbero essere ancora distanti su questioni rilevanti, lasciando il quadro altamente incerto. In assenza di progressi concreti da entrambe le parti, il recente calo dei prezzi potrebbe quindi essere esposto a un’inversione.
Le esportazioni di greggio recuperano più rapidamente di quelle di prodotti raffinati
Oltre agli sviluppi politici, il miglioramento dei flussi fisici di petrolio dal Medio Oriente sta contribuendo ad attenuare i timori sull’offerta. Secondo Morgan Stanley, le stime preliminari indicano che la scorsa settimana le esportazioni regionali di greggio, comprese le rotte che aggirano lo Stretto di Hormuz, hanno raggiunto 18,4 milioni di barili al giorno, pari a circa il 102% dei livelli normali precedenti al conflitto.
Il forte calo dei futures sul greggio contrasta tuttavia con le condizioni del mercato fisico e del trasporto marittimo, dove persistono interruzioni significative. Molte navi restano fuori posizione, alcune continuano a navigare con i sistemi di tracciamento disattivati e i premi assicurativi rimangono eccezionalmente elevati, in un contesto caratterizzato da persistenti timori per la sicurezza. A complicare ulteriormente il quadro, fonti iraniane hanno segnalato altri due incidenti che avrebbero coinvolto petroliere nello Stretto di Hormuz, tra cui un caso in cui una nave avrebbe urtato una mina.
Se da un lato il mercato dei futures sta scontando condizioni operative più sicure e una maggiore possibilità di pace, il mercato fisico del trasporto marittimo continua a segnalare rischi significativi. Questa divergenza evidenzia il potenziale per una nuova fase di volatilità qualora il previsto miglioramento delle condizioni di sicurezza non si concretizzasse.
La ripresa delle esportazioni di greggio è significativa e contribuisce a spiegare la recente pressione sui prezzi. Il quadro è però molto meno favorevole per i prodotti raffinati. Secondo i dati Vortexa, le esportazioni regionali di prodotti petroliferi restano infatti intorno al 37% dei livelli normali, evidenziando un ampio divario tra il recupero delle spedizioni di greggio e la disponibilità di prodotti raffinati.
Mentre le esportazioni di greggio possono beneficiare di rotte alternative e di una graduale normalizzazione del traffico delle petroliere, una ripresa duratura dell’offerta di prodotti raffinati richiede anche che le raffinerie regionali operino regolarmente e che sia garantito un transito sicuro delle navi. Finché queste condizioni non miglioreranno, il calo dei prezzi del greggio potrebbe avere un impatto limitato sui costi di diesel, carburante per aviazione e carburanti marittimi.
I margini di raffinazione scendono, ma i distillati restano costosi
Gli ultimi sviluppi sui margini di raffinazione evidenziano questa divergenza. I margini sulla benzina (gasoline crack spread) sono diminuiti nettamente negli Stati Uniti, in Europa e in Asia, favoriti dall’indebolimento della domanda stagionale e dal miglioramento delle condizioni dell’offerta. Anche i margini sui distillati sono scesi rispetto ai recenti picchi, ma restano elevati: il diesel a bassissimo tenore di zolfo di New York e i futures europei sul gasolio, due benchmark chiave per il mercato dei distillati, sono entrambi scambiati intorno a 177 USD al barile.
Negli Stati Uniti, il crack spread sul diesel a bassissimo tenore di zolfo è sceso dai massimi vicini a 120 USD al barile a circa 90 USD, mentre quello sulla benzina è diminuito verso i 25 USD. Dinamiche simili si osservano in Europa e in Asia, dove i margini sul gasolio restano nettamente superiori a quelli sulla benzina.
Nel frattempo, l’ultimo rapporto sulle scorte dell’EIA ha evidenziato un calo delle scorte di distillati negli Stati Uniti di 3,6 milioni di barili, portandole sotto i 100 milioni di barili per la prima volta dal 2003, nonostante le lavorazioni delle raffinerie restino eccezionalmente elevate, a 16,7 milioni di barili al giorno.
Questi sviluppi suggeriscono che, sebbene la pressione sui margini di raffinazione si stia attenuando, le condizioni dell’offerta restano tese, soprattutto per i distillati. Un calo sostenuto dei costi di diesel, carburante per aviazione e carburanti marittimi sarebbe importante per ridurre le pressioni inflazionistiche e alleggerire i costi per trasporti, industria e commercio globale.
Il Brent testa un supporto tecnico chiave mentre persiste l'incertezza geopolitica
Dal punto di vista tecnico, il forte calo del Brent ha riportato le quotazioni verso la media mobile a 200 giorni, attualmente in area 93,4 USD al barile, un indicatore di lungo periodo ampiamente seguito dal mercato e testato l’ultima volta ad agosto. Il successivo rimbalzo suggerisce che gli acquisti di natura tecnica e le ricoperture di posizioni corte potrebbero aver contribuito alla stabilizzazione dopo la recente ondata di vendite.
Tuttavia, con il Brent scambiato al di sotto delle medie mobili a 21 e 50 giorni, il quadro tecnico di breve periodo resta debole. La capacità della media a 200 giorni di offrire un supporto duraturo dipenderà probabilmente meno dai segnali tecnici e più dai prossimi sviluppi nei negoziati tra Stati Uniti e Iran.
Il recente calo offre un significativo sollievo ai consumatori di energia e riduce il rischio immediato di ulteriori pressioni inflazionistiche legate all’energia. Il quadro resta però fortemente dipendente dagli sviluppi geopolitici. Un accordo di pace credibile, accompagnato da una ripresa delle esportazioni di prodotti raffinati, potrebbe favorire un’ulteriore normalizzazione dei prezzi e dei margini. Al contrario, un blocco dei negoziati o una nuova escalation militare potrebbero rapidamente riportare sui mercati un consistente premio per il rischio geopolitico.
Per ora, il mercato sembra scontare uno scenario più favorevole, ma finché non emergeranno progressi diplomatici concreti e l’offerta di prodotti raffinati non avrà recuperato, il rischio di una nuova fase di volatilità resterà elevato.
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